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«La mia Bagnoli»

La canzone napoletana

La canzone napoletanaSulla canzone napoletana è stato scritto tutto, per cui non ho grosse novità da proporre.
A beneficio soprattutto dei più giovani, però, provo a raccontare qualche fattariello che riguarda la nostra tradizione canora.
Cominciamo da Cenerentola. "E cosa c'entra con la canzone?" si potrà obiettare. Ebbene bisogna sapere che Cenerentola non è affatto stata scritta da Perrault, come molti credono, bensì dal napoletanissimo Giambattista Basile fra il 1634 e il 1636 anche se, a onor del vero, lo stesso Basile era stato preceduto, nella narrazione della classica poveretta che diventa principessa, da altri autori.
Nella fiaba di Basile, Cenerentola si chiama Zoza (ahi, che brutto nome avrebbe avuto oggi!) e per penitenza le viene ordinato dalla principessa di cantare una villanella alla napolitana e così, mentre il cocchiere del principe suona la chitarra, lei si fa dare un tamburello e intona: "Si te credisse dareme martiello e ch'aggia filatiello, ca fai la granne e ncriccame lo naso va', figlia mia, ca marzo te n'ha raso!"
I napoletani della mia generazione conoscono bene questa villanella perché fu splendidamente interpretata dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare nel 1975.
Ma la nostra Canzone è ancora più antica di quel che s'immagina: esistono infatti studi approfonditi che comprovano l'esistenza di brani del Duecento, prima ancora, cioè, che padre Dante scrivesse la Divina Commedia! Il più famoso è il Canto delle lavandaie del Vomero. Altrettanto famosi sono brani che la già citata NCCP e Roberto De Simone rielaborarono magistralmente riconsegnandoli al popolo napoletano. Fra essi spicca la splendida Jesce sole - anch'essa del Duecento - interpretata magistralmente nell'album La gatta Cenerentola.
È più difficile, paradossalmente, segnare invece la data di nascita per la canzone classica. Infatti ci sono due scuole di pensiero, entrambe autorevoli, che stabiliscono come paletti due date diverse.
La prima pone Te voglio bene assaie (1839) come punto di partenza della tradizione musicale partenopea. La conosciamo tutti, ovviamente ed anche per essa c'è una controversia: le parole sono di Raffaele Sacco, ma la musica da alcuni è attribuita a Filippo Campanella, da altri addirittura a Gaetano Donizetti. Sacco aveva un negozio di ottica (che esiste tuttora): se volete vedere la lapide che ricorda la canzone, alzate gli occhi quando passate in via Capitelli, all'altezza dei nn. 34-35.
La seconda scuola di pensiero data la nascita della canzone napoletana al 1880 con l'uscita di Funiculì funiculà di Turco e Denza, che getta le basi, a modo suo, di tutte le altre canzoni a seguire.
Fra le altre curiosità anche Boccaccio in un suo sonetto descrive un canto ascoltato dalle finestre di Castel dell'Ovo, mentre da più fonti ho letto che il cambio della guardia al Palazzo Reale in Danimarca viene eseguito sulle note della già citata Funiculì funiculà.
Napoli ha da poco un suo Museo della Canzone presso la Rai di Fuorigrotta, ma già da anni ne esiste uno, pensate un po', a Tokyo in Giappone e la cosa non desti stupore perché si sa che i giapponesi sono sempre stati grandi amanti della nostra canzone.
Un altro piccolo museo è a Calvello in provincia di Potenza. Nel 2009 ho letto della nascita di un altro a Chiaiano, ma non ho notizie recenti.

Ho fatto cenno, finora, alle... nascite della canzone napoletana parlando del Duecento e dell'Ottocento, ma non bisogna dimenticare che annoveriamo stupende melodie in ogni epoca (cito al volo Fenesta vascia, canto anonimo del '500 e a Michelemmà del Seicento, attribuita a Salvator Rosa).
E la... fine? Anche qui c'è qualche controversia. I conservatori, lo zoccolo duro, insomma, stabiliscono che con la fine della seconda guerra mondiale termina anche la canzone napoletana. Qualcuno addirittura scrive la parola fine ponendo come paletto Anema e core, un capolavoro assoluto del 1950. I meno oltranzisti, però, pur riconoscendo il tramonto dell'epoca d'oro, ogni tanto si esaltano per brani "moderni" che conservano afflato poetico e ispirazione musicale di prim'ordine.
E' impossibile, da parte mia, poter citare tutte le canzoni che hanno incendiato i cuori dei critici dal dopoguerra in poi, ma sono sicuro di non sbagliare facendo cenno a stupende melodie come: Accarezzame (1954), Na voce na chitarra e 'o ppoco 'e luna (1956), Che mm'he 'mparato a 'ffà (1957), Indifferentemente (1963), Core napulitano (1965) e così via, fino ad approdare a straordinari cantautori come Renato Carosone, Domenico Modugno e Pino Daniele.
Il fascino della lingua napoletana ha catturato un po' tutti i nostri più grandi cantautori. Quando mi complimentai con De André per avere scritto "Don Raffaè" in napoletano, mi rispose che Napoli è patrimonio di tutti e aggiunse che ci sono solo due popoli al mondo che possono cantare: napoletani e americani, perché entrambi possiedono una musicalità impareggiabile, forse unica. Le stesse parole mi furono dette, suppergiù, da Paolo Conte, che ha cantato in napoletano almeno un paio di canzoni.
Ricordo altri artisti con brani partenopei: Lucio Dalla, Giorgio Gaber, Claudio Baglioni.

Alla prossima, amici!
Grazie a chi ha avuto parole buone nei miei riguardi; saluto tutti con grande nostalgia, vostro

Samlet

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Commenti:


di: Giancarlo Viscardi

14/04/2011 22:14

Altri sportivi di Bagnoli erano vittorio ambron, amedeo ambron, antonello rastrelli, salvatore assardo, ciccio savarese tutti ottimi amici.
ciao a tuti i bagnolesi.


 

 


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